Buonanotte Mwalimu Nyerere

Posted on 13 Apr 2012


Julius Karambage Nyerere detto Mwalimu (maestro) era nato a Butiama il 13 aprile 1922. Maestro di Inglese, Storia e Kiswahili.

La storia è un susseguirsi di grandi sogni infranti e l’ujamaa (trad. letterale “comunità” o “fraternità”) è stato uno dei progetti politici più importanti dell’Africa post-coloniale. Ujamaa fu la parola d’ordine attraverso la quale Julius Nyerere, il Baba wa Taifa (“padre della patria”), propose la sua interpretazione del socialismo: sotto questo progetto l’individuo, il tanzaniano, considera tutti i membri della comunità come suoi fratelli e ognuno fa parte della famiglia allargata del villaggio. L’ujamaa parlava di egualitarismo, la compartecipazione e il mutuo rispetto, ma anche di protezione e di cura delle terre africane. L’ujamaa di Nyerere unì in un unico stato-nazione gli oltre 120 popoli presenti in Tanzania. Con l’obiettivo di creare un paese compatto e unito, Nyerere nazionalizzando ogni ambito dell’economia provò a proteggerla dall’esterno. Alla luce della tradizione rurale che caratterizzava il suo popolo, l’unità di base dell’ujamaa era il villaggio agricolo basato sull’associazionismo cooperativo.

«Se sei ricco, sei attratto dai poveri», diceva Julius Nyerere. Uno dei punti programmatici della Dichiarazione di Arusha nel 1967, atto che inaugurò il periodo d’oro della politica di Nyerere, fu Ujamaa na kujitegemea (“fraternità e autosufficienza”): un motto che sottintendeva la condanna della privatizzazione, specie per i terreni agricoli. Tutto il percorso che si voleva intraprendere con l’ujamaa, era rivolto verso un futuro africano basato sulle sue radici e sul suo passato precoloniale.

Come le statue di Lenin (che descrive Tiziano Terzani in Buonanotte signor Lenin) avevano avuto una diffusione capillare anche nel più remoto villaggio russo, anche il Mwalimu tanzaniano oggi è onnipresente: dalle banconote ai suoi discorsi che ancora vengono trasmessi alla radio, alle fotografie in ogni ufficio pubblico accanto a quelle dell’attuale presidente tanzaniano, Jakaya Kikwete. Ma è soprattutto il comune destino post-mortem a rendere più fondato l’accostamento con il declino sovietico: nonostante in vita fossero entrambi contrari all’esaltazione della loro persona, dopo la loro morte sono stati  trasformati in icone («Col tempo Lenin, il rivoluzionario, l’iconoclasta, è stato egli stesso trasformato in una icona». Tiziano Terzani, Buonanotte signor Lenin). Ciò che rende tutto questo ancor più paradossale è l’uso strumentale che è stato fatto delle rispettive icone. In particolare, entrambi sono diventati culti religiosi: se è vero che, come scrive Terzani, Lenin «è stato fatto dio», per Nyerere è in corso un vero e proprio processo di beatificazione. In questo modo, la Tanzania avrebbe un padre della patria santo e, nella fattispecie, un santo cristiano.

Da un punto di vista politico e sociale la fine del socialismo tanzaniano è stata decretata ben prima della morte del suo ispiratore. Come tutti i sogni infranti, il risveglio è stato doloroso. L’ujamaa e la Tanzania hanno dovuto fare i conti prima con il dittatore ugandese Idi Amin Dada (nel 1978), poi con la conclusione della Guerra Fredda verso la fine degli anni Ottanta. Il crollo dell’impero sovietico e il completo disinteresse della Comunità internazionale fece entrare il paese africano in una profonda crisi: nel 1998, un anno prima della morte di Nyerere, il debito estero della Tanzania aveva raggiunto i 7.603 milioni di dollari. Uno degli aspetti negativi dell’ujamaa fu l’allargamento eccessivo di villaggi che prima erano composti da 30/40 famiglie e che nel 1974 aumentarono a 600. Milioni di persone vennero trasferite in poco tempo per costruire nuovi villaggi e lavorare nuovi campi: questo provocò un malumore interno e una corruzione sempre crescente. Oggi la Tanzania è uno dei paesi emergenti più forti dell’Africa, ma continua a cedere parte delle sue terre, il suo mare, dei servizi, le materie prime.

«Abbracciare il capitalismo va bene. Ma solo dipendendo da noi stessi. Se qui in Tanzania privatizziamo ogni cosa, incluse le prigioni, gli investitori stranieri verranno correndo», profetizzava negli anni Novanta Nyerere. Oggi il sistema economico mondiale ha fatto si che un progetto simile sia impensabile: oggi procede tutto  sui binari della privatizzazione. In Tanzania fanno affari tutti: dai cinesi che costruiscono lo stadio di Dar Es Salaam, ma anche gli americani, i canadesi, i sudafricani, gli arabi, i norvegesi.

«Un uomo si sviluppa, quando cresce, o guadagna a sufficienza per  garantire condizioni dignitose per sé e la sua famiglia: egli non riesce a svilupparsi se qualcuno gli dà queste cose». Nyerere si contraddistinse sempre per il suo stile sobrio e mai colpito da uno scandalo personale: era un intellettuale che tradusse il Giulio Cesare di Shakespeare.

Nyerere muore il 14 ottobre 1999, all’età di 77 anni, a Londra: erano passati appena due anni dall’ufficializzazione dell’inno che lui stesso adottò per la Tanzania nel Sudafrica di Mandela, grande amico di Nyerere: Dio Benedica l’Africa.


ANDREA CARDONI – Nato a Roma, anno 1981. In famiglia è stato preceduto da generazioni di viaggiatori per lavoro dai quali, fin da piccolo, ha sentito parlare di Africa e quando è diventato grande abbastanza ci è andato e tornato. Si occupa di grafica, video, volontariato, cooperazione, ricerca sociale e scrittura. Fa parte di Tulime onlus, con la quale va in Tanzania. Cammina domandando.

Per saperne di più:  Il documentario “The legacy of Nyerere